L’autore era seduto alla scrivania, nella sua stanza pensatoio, circondato dai suoi manoscritti, quando un fruscio nell’aria lo fece voltare. Era strano, davvero, perché era solo in casa. O almeno così credeva.
Roman: (entrando con passo sicuro e sguardo vigile) “Ehi, Lorenzo, possiamo parlare? C’è qualcosa che dobbiamo chiarire.”
L’autore: (sorridendo) “Roman! Che sorpresa. Pensavo fossi in missione con Gwenny.”
Gwenny: (entrando subito dopo, con una mano sui fianchi e un’espressione seria) “Sì, siamo in missione, ma anche noi abbiamo i nostri diritti, sai?”
Roman: “Esatto. Vogliamo parlare del fatto che ci fai affrontare un’intelligenza artificiale che controlla il mondo intero e non ci hai dato nemmeno un drone decente. Tutto ‘post-apocalittico’, e poi? Dove sono le nostre armi futuristiche?”
L’autore: (ridendo) “Ragazzi, è una distopia, non un film d’azione.”
Mentre parlava, la porta si spalancò e fece il suo ingresso Marco Claudio Acuto, con il passo elegante di un cittadino romano, che si guardava intorno con sospetto.
Marco Claudio Acuto: (alzando un sopracciglio) “Beh, non mi sorprende. Mi avete tirato via dall’Impero per una cosa del genere? Dove sono finiti i fasti di Roma?”
Roman: (spalancando gli occhi) “Roma? Non ci sono più imperi da molto tempo.”
Marco: (sorridendo con superiorità) “Lo so. Ma il mio problema non è la fine di Roma, è che lui…” (indica L’autore) “mi fa sembrare un eroe stoico quando tutto ciò che volevo era diventare un mercante di vino e vivere una vita tranquilla.”
L’autore: (con un sospiro) “Ah, questa è bella! Marco, te l’ho già detto. Senza la tua indagine, avresti passato il tempo a contare monete e a litigare con i mercanti d’olio. Non suona molto eroico, vero?”
Proprio mentre Marco stava per ribattere, si sentì una risata soffocata in corridoio. Agostino Maria Silvestri entrò con aria sorniona, seguito da Cinò, il suo amico d’infanzia, sempre con la camicia mezza sbottonata e un pacchetto di sigarette in mano.
Agostino: “Ma davvero state discutendo di chi è più figo tra un rivoluzionario post-apocalittico e un romano tutto d’un pezzo? Noi eravamo i veri ribelli prima che voi vi pensaste!” (ride, poi guarda l’amico) “Dico bene, Cinò?”
Cinò: (annuisce e si appoggia al muro) “Noi sì che ci ribellavamo, mica a un’IA, ma alla società intera. E senza armi. Sostenuti solo dai nostri ideali.”
Gwenny: (incuriosita) “Davvero? E come vi è andata?”
Cinò: (alzando le spalle) “Siamo sopravvissuti. Più o meno.”
L’autore: (sorridendo) “A modo vostro, avete vinto.”
Agostino: (ridacchiando) “Beh, tranne che per il fatto che poi ci hai messi davanti alla malattia e ai ricordi dolorosi.”
Proprio in quel momento fece il suo ingresso il commissario Paolo Pasubio, con aria decisamente contrariata, seguito da Martina Zygter, Maria Gennaro, Vivian Pagani e il piantone Esposito.
Pasubio: (sbattendo la porta alle sue spalle) “Scusate, ma devo mettere le cose in chiaro. Sono stato il primo personaggio che hai creato, Lorenzo. Il primo! E ora? Mi sembri più concentrato su questi giovani eroi futuristici, o sbaglio?”
L’autore: (alza le mani, cercando di calmare la situazione) “Paolo, tranquillo. Ogni storia ha il suo momento.”
Pasubio: (geloso) “Sì, sì, bella risposta. Intanto però io sto lì, a risolvere crimini con la mia squadra, mentre loro giocano a fare i ribelli nel futuro. E poi, ti pare che mi dai uno stiletto vecchio di cento anni e mi fai cercare un assassino da tempo immemorabile? Almeno dammi un caso d’attualità!”
Martina Zygter: (sorridendo sarcasticamente) “Sì, commissario, perché chi non vorrebbe una storia in cui si indaga un caso di un secolo fa? Molto meglio che inseguire terroristi.”
Vivian Pagani: (annuisce) “E poi vogliamo parlare di come fai sempre arrabbiare Esposito?”
Esposito: (offeso) “Io? Arrabbiato? Commissario, io sono sempre a disposizione!”
L’autore: (ridendo) “Esposito, lo sai che ti ho creato così apposta, no? Sei il tocco di comicità in mezzo a tutto questo dramma.”
Esposito: “Ah, allora tutto calcolato, eh?”
Gwenny: (guardando il commissario con curiosità) “Quindi tu sei il più vecchio di noi?”
Pasubio: (orgoglioso) “Esattamente. Sono stato il primo!”
Agostino: (ridacchiando) “E ora sei geloso…”
Pasubio: (incrociando le braccia) “Diciamo che mi piace l’idea di essere il preferito. Non mi aspettavo che Lorenzo si mettesse a creare rivoluzionari e filosofi di quartiere.”
L’autore: “Ehi, calmati, commissario. Ogni personaggio è importante, non esistono di serie A e di serie B. Siete tutti parte della mia fantasia.”
Cinò: (fumando) “Quindi, ci stai dicendo che siamo tutti uguali?”
L’autore: “Beh, ognuno ha il proprio ruolo. Certo, a volte un personaggio vive più a lungo nella mente del lettore, ma questo non significa che altri siano meno importanti.”
Marco Claudio Acuto: (con fare solenne) “Ah, dunque siamo come figli, ciascuno con la propria importanza?”
L’autore: (annuendo) “Siete come figli, ognuno con il proprio destino, anche se a volte mi prendete la mano e decidete per conto vostro. Ma io voglio bene a tutti voi, alla stessa maniera.”
Roman: (incrociando le braccia) “Esatto! Ecco, è di questo che volevamo parlare. Non è che ci dai abbastanza libertà, Lorenzo. Siamo sempre costretti nei tuoi progetti.”
L’autore: “Ah, quindi ora vi sentite come i personaggi di Pirandello, in cerca d’autore, eh?”
Agostino: “Siamo vivi nella tua testa, ma abbiamo anche la nostra voce. E ogni tanto vogliamo farci sentire.”
L’autore: (con un sorriso) “Siete voi che mi avete insegnato una cosa importante. Scrivere non significa solo creare storie, ma lasciarvi vivere nella mia fantasia e, a volte, sorprendermi con le vostre scelte.”
Pasubio: (rassegnato ma con un sorriso) “D’accordo, allora. Ma la prossima volta, fammi indagare un caso contemporaneo, va bene?”
L’autore: (sorridendo sotto i baffi che non ha) “Vedremo, commissario. Vedremo.”
Domani, 25 settembre 2024, celebreremo il novantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Pontiggia, una delle voci più limpide e incisive della letteratura italiana del XX secolo. Nato a Como nel 1934, Pontiggia ha lasciato un’impronta profonda e inconfondibile, scavando nelle pieghe dell’animo umano, esplorando con acume e sensibilità le dinamiche sociali e i labirinti psicologici che abitano i suoi personaggi.
Per me, Giuseppe Pontiggia è stato molto più di un grande autore: è stato un maestro, una guida silenziosa lungo il cammino della scrittura. Come ho condiviso in passato sul blog, non ho mai avuto l’occasione di incontrarlo, ma attraverso i suoi libri e i suoi saggi ho trovato una voce capace di orientare e illuminare. Spesso mi domando cosa penserebbe del nostro presente, così confuso e “liquido”, per citare Bauman, un tempo sospeso tra l’effimero delle piattaforme social e il mistero dell’intelligenza artificiale, di cui ancora non afferriamo pienamente i confini e le implicazioni. Con la sua consueta lucidità, sono certo che ci avrebbe offerto un’analisi tagliente, capace di tradurre in parole il disorientamento di quest’epoca.
Una Vita Dedicata alla Letteratura
Giuseppe Pontiggia crebbe in un’Italia ferita dalla Seconda Guerra Mondiale, un’esperienza che contribuì a forgiare la sua profonda sensibilità. Dopo la morte prematura del padre, si trasferì a Milano con la famiglia, dove conseguì la laurea in Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Furono gli anni del fervore culturale milanese, quelli che videro l’emergere di intellettuali e scrittori che avrebbero ridefinito il panorama letterario italiano. Fu in questo humus vitale che Pontiggia formò il suo spirito critico e la sua voce letteraria.
Opere Principali e Tematiche Ricorrenti
Pontiggia esordì nel 1959 con La morte in banca, un romanzo che già preannunciava la sua capacità di osservare la società con occhio critico e penna sottile. Ma furono le opere successive a consacrarlo, svelando via via la sua maestria nell’indagare le profondità dell’essere umano.
Tra i suoi capolavori:
Il giocatore invisibile (1978), una riflessione penetrante sulle rivalità accademiche, che svela, con ironia e finezza, le trame di potere e ambizione nel mondo universitario.
Nati due volte (2000) è il suo ultimo romanzo, profondamente ispirato dalla sua esperienza di padre di un figlio disabile. In questa toccante opera, Pontiggia esplora con straordinaria delicatezza il tema della disabilità, raccontando le sfide quotidiane e intime che essa comporta per le famiglie. Il romanzo gli valse il prestigioso Premio Campiello nel 2001, in un’edizione segnata dalla tragedia dell’11 settembre, il crollo delle Torri Gemelle. Questo riconoscimento rappresentò il culmine di una carriera luminosa, celebrando il suo contributo indelebile alla letteratura italiana.
Contributo alla Cultura e All’Insegnamento
Oltre a essere un narratore finissimo, Pontiggia ha brillato anche come critico letterario e saggista. Ha collaborato con numerose riviste e quotidiani, offrendo analisi che spaziavano dalla letteratura alla filosofia, sempre con una chiarezza di pensiero che riusciva a illuminare i temi più complessi.
Non meno importante è stato il suo contributo all’insegnamento. Pontiggia ha formato intere generazioni di scrittori, insegnando presso università e altre sedi. In un’epoca in cui la scrittura rischia spesso di ridursi a un esercizio di immediatezza, lui ha sempre difeso il valore della lentezza, della riflessione paziente, della costruzione consapevole del testo.
Eredità e Influenza
Lo stile di Pontiggia è essenziale, sobrio, ma allo stesso tempo elegantemente incisivo. Le sue opere, oggi più che mai, continuano a parlare al cuore e alla mente dei lettori, offrendo un dialogo profondo con l’animo umano. La sua capacità di andare oltre le apparenze, di guardare in profondità nelle dinamiche sociali e psicologiche, lo rende un autore sempre attuale, capace di stimolare riflessioni che risuonano oltre i limiti del tempo.
Un Ricordo che Vive nel Tempo
Nel ricordare Giuseppe Pontiggia, non celebriamo soltanto lo scrittore, ma anche il pensatore acuto e rigoroso che ha saputo porre domande scomode e universali. La sua eredità è un tesoro prezioso per la cultura italiana, e continua a ispirare chiunque sia alla ricerca di senso in un mondo che, oggi come ieri, appare complesso e frammentato.
Sebbene ci abbia lasciato nel 2003, le sue parole non hanno smesso di risuonare. Continuano a emozionare, a stimolare nuove riflessioni, a offrirci chiavi di lettura per comprendere meglio la complessità della vita. E in questo anniversario, il miglior tributo che possiamo rendergli è riscoprire le sue opere. Tesori nascosti, che attendono di essere riletti, capaci ancora di parlarci con la stessa profondità e forza.
Giuseppe Pontiggia è stato e rimane un maestro, una guida per tutti coloro che cercano nella scrittura e nella lettura un modo per esplorare se stessi e il mondo. Nel suo silenzio, le sue parole continuano a parlare con una voce che non conosce il tempo.
Domenica 25 agosto 2024 si è conclusa la 45ª edizione del Meeting di Rimini, un evento unico nel panorama culturale italiano, e non solo. È il 1980 quando un gruppo di amici, accomunati dall’esperienza cristiana, decide di creare un luogo dove poter incontrare e condividere ciò che di più bello e buono esiste nella cultura del loro tempo.
Così nasce il Meeting per l’amicizia fra i popoli: un incontro tra persone di fedi e culture diverse, un luogo dove si costruisce amicizia, pace e convivenza tra i popoli. Fin dall’inizio, il Meeting ha scommesso sul desiderio e la passione insiti nel cuore di ogni uomo: il desiderio di bellezza, verità e giustizia, che don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, definiva “esperienza elementare”, terreno comune per l’incontro e il dialogo.
La prima edizione si svolse alla vecchia Fiera di Rimini dal 23 al 31 agosto 1980. Il contesto storico era tutt’altro che sereno: il mondo era diviso tra due blocchi contrapposti, l’Est e l’Ovest, e i primi mesi del 1980 furono segnati da eventi drammatici.
Negli Stati Uniti, il presidente Jimmy Carter annunciava il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca come protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. In Unione Sovietica, Andrei Sacharov veniva esiliato a Gor’kij. A San Salvador, l’arcivescovo Óscar Romero veniva assassinato. In Iran, un tentativo di liberare gli ostaggi americani a Teheran falliva tragicamente. In Jugoslavia, la morte del maresciallo Tito segnava l’inizio della disgregazione del Paese. Nello stesso anno, nasceva la CNN ad Atlanta, la prima rete di notizie 24 ore su 24, mentre le Olimpiadi di Mosca si aprivano con il boicottaggio di 65 nazioni.
In Italia, il clima era altrettanto teso. A Palermo, Cosa Nostra assassinava Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Siciliana, che cercava di collaborare con il PCI. A Roma, Vittorio Bachelet, vicepresidente del CSM, veniva ucciso dalle Brigate Rosse, così come Guido Galli, giudice milanese, vittima dei terroristi di Prima Linea. A Milano, il giornalista Walter Tobagi veniva assassinato da un commando terroristico. Il 27 giugno, avveniva la strage di Ustica, dove un aereo di linea scompariva dai radar, provocando la morte di 81 persone. Poco più di un mese dopo, il 2 agosto, una bomba esplodeva nella stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 203, in quella che sarà ricordata come la strage di Bologna.
Eppure, nonostante questo clima di tensione e violenza, il 23 agosto 1980 prendeva il via la prima edizione del Meeting di Rimini, intitolata “La pace e i diritti dell’uomo”. L’inaugurazione vide la partecipazione di autorità locali e nazionali, nonché di figure di spicco della cultura e del giornalismo.
Da quel giorno, il Meeting di Rimini è diventato un appuntamento immancabile per i protagonisti della cultura, dell’arte, della scienza e della politica, sia italiani che internazionali. È impossibile citare tutte le personalità che il Meeting ha ospitato. Tra quelle più illustri ricordiamo Papa Giovanni Paolo II, il futuro Papa Benedetto XVI, e i Presidenti della Repubblica Italiana Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella.
A questo punto del mio racconto, credo sia evidente che non sono imparziale nel descrivervi il Meeting. Lo confesso: anch’io faccio parte di quell’esperienza che ha dato origine all’evento, e dal 1986 quasi ogni anno ho partecipato di persona. Ho saltato qualche edizione per il servizio militare e per gli impegni familiari, e le edizioni del 2020 e 2021 a causa della pandemia. Ma, a parte queste eccezioni, il Meeting è sempre stato un appuntamento fisso per me.
L’edizione del 2024, la 45ª, ha avuto come titolo una frase tratta dal romanzo “Il Passeggero” di Cormac McCarthy: “Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?”. È stata l’edizione della maturità: 140 convegni, 450 relatori (di cui 100 provenienti dall’estero), 16 mostre e 18 spettacoli, che hanno registrato quasi sempre il tutto esaurito. Il Villaggio Ragazzi e la Cittadella dello Sport hanno attirato decine di migliaia di bambini e ragazzi. Le dirette di 80 convegni sono state rilanciate quasi 300 volte dalle principali testate giornalistiche italiane, con un impatto mediatico sensibilmente maggiore rispetto all’anno scorso.
I temi trattati sono stati numerosi, con un’attenzione particolare alla pace, al dialogo interreligioso, ai social media e all’intelligenza artificiale. Tra i molti eventi, ne voglio segnalare alcuni che mi hanno colpito particolarmente.
Il Meeting si è aperto il 20 agosto con un incontro dal titolo “Una presenza per la pace”, moderato da Bernhard Scholz, con ospite il Cardinale Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini. Il Cardinale ha parlato della sua esperienza di dialogo interreligioso a Gerusalemme, sottolineando l’importanza dell’incontro con l’altro e del vivere la propria fede in un contesto multireligioso.
Un altro incontro significativo è stato quello con Adrien Candiard, membro dell’Istituto Dominicano di Studi Orientali, sul tema “Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?”. Candiard ha sottolineato che l’essenziale su cui dobbiamo concentrarci è Gesù Cristo e ha invitato a permettere a Cristo di parlare all’uomo, evidenziando l’importanza di vivere la fede come una continua ricerca dell’essenziale, piuttosto che come un possesso statico.
Infine, segnalo due incontri dedicati ai social media e all’intelligenza artificiale. Il primo, “Social e intelligenza artificiale: non serve lo schermo per crescere smart”, ha esplorato l’impatto della tecnologia digitale sulla vita dei giovani, sottolineando i rischi legati all’uso eccessivo degli schermi e la necessità di un’educazione digitale consapevole.
Il secondo incontro, “L’essenza dell’intelligenza artificiale. Strumento o limite per la libertà?”, con Paolo Benanti, ha affrontato le sfide etiche e culturali poste dall’intelligenza artificiale, sottolineando l’importanza di mantenere un controllo umano su questi strumenti per garantire la libertà e la dignità dell’uomo.
Spero di avervi trasmesso almeno un po’ della curiosità che provo per questo evento straordinario. Il Meeting di Rimini è difficile da descrivere a parole, ma facile da vivere. Vi consiglio di segnare in agenda le date della prossima edizione: dal 22 al 27 agosto 2025, con il titolo tratto dai Cori da “La Rocca” di Thomas Stearns Eliot: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”.
Prima di chiudere, un pensiero speciale va ai veri protagonisti del Meeting: i volontari. Ogni anno, migliaia di persone arrivano a Rimini dall’Italia e dal mondo intero, pagandosi viaggio e alloggio, per organizzare, allestire, gestire e poi smontare il Meeting. La loro gratuità è una testimonianza vivente del valore della solidarietà e della bellezza di uomini e donne che si spendono gratuitamente per fare esperienza della verità e renderle testimonianza.
Spero di incontrarvi al prossimo Meeting di Rimini. Se mi riconoscerete tra gli stand della Fiera, fermatemi: ci berremo qualcosa di fresco e faremo quattro chiacchiere. E parleremo del Meeting, certamente!
Quest’anno segna il decimo anniversario della pubblicazione del mio primo romanzo: “Il destino qualche volta ha ragione”.
Quel traguardo fu il culmine di due anni di corsi di scrittura creativa e letture di libri e manuali sull’argomento.
In questi dieci anni ho pubblicato nove libri, tra cui cinque polizieschi, un romanzo storico, una biografia, un romanzo introspettivo e una raccolta dei primi tre romanzi gialli. In autunno uscirà il decimo libro: una storia d’amore ambientata in un futuro non troppo lontano. Niente male per uno scrittore che lavora in banca da oltre trent’anni a tempo pieno…
Ma non voglio parlare di me né dei miei libri. Come indicato nel titolo del post, voglio parlare dei libri in generale.
I libri sono una componente fondamentale nella vita dell’uomo. Attraverso le loro pagine, le persone non solo apprendono nuove conoscenze, ma trovano anche rifugio, conforto e una compagnia insostituibile. I libri, con la loro capacità di trasportarci in mondi lontani e farci vivere esperienze straordinarie, arricchiscono le nostre vite.
Nei momenti di difficoltà, molti trovano conforto immergendosi in un buon libro. La lettura offre una pausa dalla realtà, permettendo alle persone di dimenticare temporaneamente i loro problemi e di rilassarsi. Ad esempio, un romanzo può trasportare il lettore in un mondo completamente diverso, facendogli dimenticare per un po’ le preoccupazioni quotidiane.
I libri di auto-aiuto possono fornire strumenti pratici per affrontare le sfide della vita. Testi come “L’arte di essere felici” (De Vita Beata) di Seneca offrono consigli preziosi per gestire lo stress e migliorare il benessere mentale. Questi libri non solo offrono suggerimenti pratici, ma anche conforto e speranza, facendo sentire il lettore meno solo nelle sue difficoltà.
La conoscenza è un altro aspetto fondamentale che i libri offrono. Sono una fonte inesauribile di informazioni e saperi, che spaziano dalla storia alla scienza, dalla filosofia alla letteratura. Attraverso la lettura, le persone possono ampliare i propri orizzonti, scoprire nuove culture e acquisire una comprensione più profonda del mondo. Libri come “Se questo è un uomo” di Primo Levi offrono una testimonianza storica e tragica assieme di assoluto valore.
Anche le biografie possono essere estremamente istruttive; leggere della vita di personaggi come Leonardo da Vinci o Galileo Galilei può ispirare e motivare, oltre a fornire preziose lezioni di vita.
Oltre a fornire conoscenza e rifugio, i libri sono anche una forma eccellente di intrattenimento. Dai romanzi gialli ai racconti di fantascienza, dai classici della letteratura ai bestseller contemporanei, c’è un libro per ogni gusto.
La narrativa ha il potere di intrattenere, coinvolgere ed emozionare, permettendo al lettore di vivere avventure incredibili senza muoversi dalla propria sedia. Ad esempio, romanzi come “Il nome della rosa” di Umberto Eco o “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa hanno affascinato milioni di lettori in tutto il mondo. Anche i romanzi polizieschi, come quelli di Andrea Camilleri, offrono un intrattenimento avvincente, mantenendo il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina.
La solitudine è una condizione che molti sperimentano nel corso della vita, e i libri possono essere ottimi compagni in questi momenti. Leggere un libro può alleviare il senso di solitudine, offrendo una compagnia silenziosa e discreta. Durante il lockdown dovuto alla pandemia, molte persone hanno trovato nei libri un conforto e una compagnia preziosa. Leggere è diventato un modo per evadere dalla realtà e per sentirsi parte di qualcosa di più grande.
I libri giocano un ruolo cruciale anche nella crescita personale. Possono ispirare, motivare e fornire nuove prospettive sulla vita. Attraverso la lettura, le persone possono scoprire nuovi interessi, sviluppare nuove abilità e migliorare se stesse. Ad esempio, libri di sviluppo personale come “Lettere a Lucilio” di Seneca offrono suggerimenti per raggiungere i propri obiettivi e superare le difficoltà.
I libri hanno spesso svolto un ruolo chiave nel promuovere il cambiamento sociale. Attraverso la diffusione delle idee e delle storie, essi possono sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni importanti e stimolare il dibattito e l’azione. Ad esempio, “Lettera a una professoressa” di Don Lorenzo Milani ha avuto un impatto significativo nella lotta contro le disuguaglianze.
La lettura offre anche l’opportunità di conoscere e apprezzare culture diverse. Attraverso i libri, è possibile esplorare tradizioni, usanze e storie di popoli lontani, ampliando la propria comprensione del mondo e promuovendo il rispetto per la diversità. Ad esempio, libri come “Il barone rampante” di Italo Calvino permettono ai lettori di viaggiare virtualmente in epoche e luoghi diversi. Anche la letteratura tradotta da altre lingue, come i romanzi di Haruki Murakami, offre uno sguardo affascinante su altre società.
Una celebre frase di Umberto Eco riflette l’importanza della lettura: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro.”
Non mi sembra ci sia da aggiungere altro.
Le foto che accompagnano la lettura di questo post sono state scattate in una dimora del 1880 in un paesino della Valcuvia. Vi sono riprodotte le copertine dei miei libri, posizionate in posti insoliti, a testimonianza che un libro si trova a suo agio ovunque purché in vostra compagnia. Potete tranquillamente sostituirle con quelle dei vostri libri preferiti.
L’importante è non dimenticare mai di partire per qualsiasi luogo con un buon libro che ci faccia compagnia. Soprattutto in vacanza. Se volete vedere tutti gli scatti del photo book li potete trovare qui.
Benvenuti al terzo appuntamento dedicato al Salone del Libro di quest’anno, dove esploriamo incontri inaspettati e affascinanti. Oggi vi parlo dell’incontro con l’artista Claudio Corrivetti, una figura nota a molti, ma che personalmente non conoscevo. Voglio rimediare a questa lacuna condividendo con voi la sua storia, la sua attività e le sue straordinarie “charta picta”.
Chi è Claudio Corrivetti?
Claudio Corrivetti nasce a Roma nel 1960. Dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti e presso la facoltà di Architettura, si appassiona alla grande fotografia umanistica francese e americana degli anni ’50. Inizia così a collaborare con quotidiani e riviste. L’incontro con Tazio Secchiaroli, amico e maestro, segna un punto di svolta nella sua visione fotografica. Dopo un breve periodo nel cinema, Claudio intraprende viaggi per realizzare reportage fotografici.
Claudio Corrivetti
La Fondazione di Postcart e le Mostre
Nel 1994 fonda la casa editrice Postcart, dedicandosi parallelamente alla ricerca personale in fotografia, musica, polaroid e disegno. Le sue opere sono state esposte in numerose mostre, tra cui “I luoghi di Dino Campana” a Roma durante il festival Fotoleggendo 2008 e “Roma in bianco e nero” presso la FNAC e il Palazzo delle Esposizioni nell’ambito del Festival della Fotografia 2008.
Se siete appassionati di fotografia e di bei libri, vi consiglio di esplorare il sito della sua casa editrice per scoprire ulteriori tesori.
Claudio all’opera
Le “Charta Picta”: Un’Esperienza Artistica Unica
Al Salone del Libro, sono rimasto affascinato dalle sue pagine di quotidiani trasformate attraverso il suo senso artistico. Ho trascorso più di mezz’ora ad ammirare le sue opere e alla fine ne ho acquistate cinque. Se avessi avuto più spazio a casa, ne avrei comprate almeno venti!
Opere 3
L’idea alla base delle “charta picta” nasce dalla lettura dei quotidiani. Claudio utilizza una pagina di giornale, ricoprendola con colori acrilici o pastelli a cera, lasciando emergere solo il titolo principale o elementi illustrativi presenti nell’articolo. Questo intervento cromatico mira a far riflettere il lettore sull’importanza e il potere delle parole, da cui il titolo della serie: Le parole contano.
Opere 2
Ringrazio Claudio Corrivetti per questa idea tanto tecnicamente semplice quanto artisticamente potente. La sua capacità di unire pittura e letteratura in un formato unico è davvero ispiratrice. Non perdete l’occasione di scoprire le sue opere e immergervi nel suo mondo creativo.
Salto 2024
Per ulteriori informazioni su Claudio Corrivetti e la sua casa editrice Postcart, visitate il loro sito web e lasciatevi ispirare dalla magia delle sue creazioni.
Chi mi conosce e mi segue sa che mi piace valorizzare giovani artisti e nuove realtà nel mondo dell’editoria che meritano di essere conosciute da un pubblico più ampio. Quest’anno, per esempio, ho già parlato di Andrea Cordero nel mio primo post.
In questo secondo articolo, voglio raccontarvi dell’esperienza vissuta al Salto 2024 e presentarvi una giovane casa editrice di Roma che ho avuto il piacere di conoscere: La Chanceria, fondata nel 2022 da Andrea Stella e Rossana Orsi.
Andrea Stella
La Chanceria è più di una semplice casa editrice; è un’associazione che promuove una moltitudine di intenti culturali e si rivolge a persone appassionate di scrittura e lettura, a coloro che amano esplorare spazi interiori ed esteriori con curiosità e condividere sensibilità verso la Natura.
Lo stand La Chanceria al Salto 2024
La Chanceria include due case editrici, Chance Edizioni e le Edizioni La Ria, e una rivista culturale multitematica, 22 Pensieri, oltre a un blog, Blog22, dove è possibile inviare i propri testi. Si tratta di un vero e proprio incubatore culturale e sociale, che riconosce il potere curativo della scrittura e aiuta a decifrare il nostro complesso mondo contemporaneo.
Andrea Stella e Rossana Orsi
Grazie a Rossana e Andrea, quest’anno ho partecipato al Salone del Libro come autore indipendente ospite della loro associazione. Questo mi ha permesso di apprezzare la loro giovane e dinamica realtà. La Chanceria si distingue per la cura artigianale nella produzione delle opere e per l’attenzione ai dettagli, coinvolgendo anche artisti con le loro creazioni uniche e fatte a mano.
Inoltre, l’associazione si impegna a diventare un punto di riferimento per chi cerca consigli di lettura, desidera confrontarsi e partecipare a esposizioni fotografiche e pittoriche, eventi musicali e letterari, laboratori sociali e attività di coinvolgimento umano.
Chiunque desideri conoscere meglio Rossana e Andrea, e magari entrare in contatto con La Chanceria, può cliccare qui.
Eccoci al primo racconto delle mie avventure al Salone del Libro di quest’anno. Voglio condividere con voi un incontro particolare: quello con Andrea Cordero, un giovane fotografo di poco più di vent’anni.
Andrea si presenta come fotografo, ma credo che “artista” sia il termine più adeguato per descriverlo, utilizzando il concetto greco di artista: colui che crea, che plasma la realtà, capace di dare forma attraverso la tecnica sotto l’influsso delle Muse e dell’ispirazione. Questo è ciò che ho percepito osservando le opere di Andrea.
Andrea Cordero
Durante il Salone, Andrea ha presentato insieme alla scrittrice Rossana Orsi “Geografie Emotive a livello del mare”, un racconto fotografico del suo viaggio lungo le coste francesi che si affacciano sull’Atlantico. Il volume è arricchito dai testi di Rossana Orsi, che evidenziano il legame tra i luoghi immortalati e le emozioni che suscitano nel lettore-viaggiatore contemplativo.
Il libro è un intreccio di emozioni e riflessioni che mi ha spinto a meditare sul concetto di con-fine, definito dal livello del mare, che separa la terra dall’acqua. Tuttavia, cambiando prospettiva, il confine può essere visto anche come un punto di unione tra mare e terra, un luogo dove opposti dialogano e scoprono af-finità oltre la divisione apparente.
Questa inversione di prospettiva può essere applicata ai nostri limiti personali, visti come confini dell’anima. Gli autori, attraverso le loro diverse forme espressive, ci incoraggiano a superare questi limiti, a spingerci oltre gli ostacoli, a volte solo immaginari, per esplorare nuovi orizzonti e scoprire nuove possibilità di vita.
L’esperienza di questo libro, presentato in anteprima al Salone, è destinata a diventare un tour itinerante per l’Italia, come desiderato dagli autori, per mostrare a un pubblico più ampio come un cambiamento di prospettiva geografica possa portare a una trasformazione personale e offrire una nuova visione del mondo e di sé stessi.
“Viò, Eulalio Viola – 50 anni di pittura” è una celebrazione del percorso artistico di Eulalio Viola, conosciuto affettuosamente come Viò, curata da Giuseppe Frangi. L’evento si tiene al Centro Culturale di Milano dal 6 al 20 aprile 2024 e marca un momento significativo: dopo aver tenuto private le sue opere per anni, Eulalio ha accettato di condividere la sua arte con il pubblico.
Eulalio ci appare come un uomo semplice, con un forte legame familiare e una profonda passione per l’arte. Questa passione si è risvegliata dopo un lungo periodo di pausa dalla pittura, durante il quale ha sviluppato un nuovo stile e una rinnovata vitalità espressiva.
La mostra offre uno sguardo personale dell’artista, raccontando la sua storia e l’evoluzione creativa. Fin da giovane, Eulalio sentiva il desiderio spontaneo di creare, nonostante non avesse alcuna influenza artistica familiare. La sua ispirazione deriva dalle esperienze personali, dalla frequentazione di musei e gallerie, e da figure importanti come il pittore Adriano Fossà, che Eulalio considera suo maestro.
Viò ricorda come l’arte sia stata una presenza costante nella sua vita, anche quando le circostanze lo hanno portato lontano dalla pittura per quasi 30 anni. La ripresa del suo interesse artistico è segnata dal ritorno alla pittura e dalla realizzazione di nuove opere, stimolata dalla curiosità per nuove forme d’arte come l’acquaforte.
Le sue opere ci appaiono come pezzi di vita che raccontano storie, sogni, amori e amicizie, e sono intrise della musica che ascolta durante la loro creazione.
Gli utili idioti del 2020
Nel corso degli anni, Eulalio ha sperimentato diversi stili e temi, mantenendo sempre un approccio positivo e ottimistico, tipico del suo carattere scherzoso. Le sue ispirazioni artistiche includono grandi nomi come Klimt, Schiele, Casorati, Guttuso, e altri, che si riflettono nella sua pittura figurativa arricchita da interpretazioni e decorazioni personali.
La mostra “Viò. Eulalio Viola 50 anni di pittura” è quindi un’opportunità per il pubblico di avvicinarsi all’universo personale e artistico di Eulalio, di apprezzare il cammino di un artista che ha vissuto la sua passione con integrità e gioia, e di essere testimoni del legame profondo e intimo che ha con la sua arte.
Di seguito le domande che abbiamo posto al maestro nel corso dell’intervista che ci ha concesso.
Bandiere del Tibet del 2016
Domanda: Durante i 50 anni della tua carriera artistica, come descriveresti l’evoluzione del tuo stile e le principali influenze che hanno modellato il tuo percorso creativo?
Risposta: Ho iniziato a disegnare a dodici – tredici anni. In famiglia non c’è mai stato nessuno con una tale predisposizione per cui è nata così, da sola. Penso di aver fatto il primo dipinto a olio da autodidatta a 17 anni e, fino a 22 anni non ho mai preso alcuna lezione, né di disegno, né di pittura. Ma ero in grado di fare i ritratti e, posso dire, che me la cavavo piuttosto bene. A 22 anni inizio a frequentare lo studio di Adriano Fossà, quello che per me sarà il mio “Maestro”. Da lui imparo la copia dal vero e la tecnica degli smalti, ma soprattutto una visione artistica della pittura. Dopo circa due anni, uscendo dal lavoro (lavoravo in banca in centro a Milano), mi iscrivo al corso di nudo serale dell’Accademia di Brera. Dopo un paio di mesi, mi iscrivo anche al primo Liceo Artistico serale di Milano, l’Istituto Hayez. Quindi, la mattina esco di casa alle 7,30 e rientro alle 22.30, sposato e con 1 figlio. E la domenica mattina continuo a frequentare lo studio di Fossà. Da ragazzo ero affascinato da Dalì, da Picasso (periodo blu e rosa) e da De Chirico, oltre che dai classici del Rinascimento verso cui nutrivo, e nutro, una profondissima sproporzione. Col passare degli anni, mi sono innamorato della pittura di Schiele, Klimt, Guttuso, Casorati, Giotto e, naturalmente del mio “Maestro” Adriano Fossà. Ho cercato, nel tempo, di ispirarmi a loro sforzandomi di non cadere in uno sterile copia/incolla, cercando di trovare una mia strada. Operazione non facile! Lasciandomi provocare e stupire dalla realtà di tutti i giorni, sono riuscito a creare qualcosa di accettabile al mio giudizio molto severo. Vivo comunque, con fatica, la sproporzione con questi artisti e spesso questo mi blocca. A volte mi ripeto che non sono capace di dipingere e, spesso, mi ritrovo all’inattività di settimane. Poi riprendo coraggio, mi dico che faccio quello che posso e quello che mi sento di fare, e riparto. Nel 1984, mi pare, dopo aver intrapreso una nuova attività lavorativa in proprio, con l’arrivo del secondo figlio e la sopraggiunta passione per la montagna e l’alpinismo, smetto di creare. Zero quadri, zero disegni, per 30 anni. Però continuo a visitare le mostre d’arte e la Biennale di Venezia. Poi, piano piano, si manifesta questo prurito a cui non so resistere e…. riparto. Dal 2010 avrò fatto circa 300 opere, tra dipinti e disegni. Ed eccomi qua alla mia prima vera mostra!
Domanda: Nei tuoi lavori prediligi i temi positivi che trasmettono serenità e gioia. C’è una ragione specifica per questa scelta e come si riflette nella selezione dei soggetti dei tuoi dipinti?
Risposta: Il mio spirito positivo e scherzoso, mi porta a trasmettere le stesse emozioni. Ogni momento sprecato in negatività, depressione e arrabbiature inutili, lo giudico tempo perso, speso male che, oltre tutto, condiziona. Certamente esistono i problemi, non vivo tra le nuvole o in una bolla di sapone. Ma i momenti belli, anche nelle più piccole cose, voglio viverli intensamente, non darli per scontati. Il mio essere si alimenta di questa positività. Questo, mi porta automaticamente a trasmetterlo anche agli altri, a partire dalla mia famiglia.
Il vassoio del 2022
Domanda: Avendo ricominciato a dipingere dopo un periodo di inattività, hai riscontrato difficoltà nel riprendere la pratica artistica o è stato un processo naturale?
Risposta: Mi sono meravigliato, quando ho ripreso, che non avessi perso nulla. Soprattutto quando ho iniziato a fare cose impegnative. Certamente 30 anni di fermo hanno avuto il loro peso però mi sono scoperto una maturità artistica inaspettata, inconcepibile con la lunga inattività. È come se, mentalmente, mi fossi sempre allenato. Sì, perché, comunque, avevo sempre in testa questa creatività che lavorava senza rendermene conto. È come se avessi incamerato e messo tutto da parte da tirare fuori al momento giusto. Pur rendendomi conto che il tempo passava e non creavo. Parlo di maturità perché, visti i risultati, mi sono reso conto che stavo facendo opere che in passato non avrei immaginato di poter fare. Questa maturità aveva prevalso sull’inattività, relativa, perché mentalmente produceva. A volte mi domando cosa sarebbe venuto fuori senza questa lunga sosta. Mi rispondo che, forse, in termini di risultato, non sarebbe cambiato nulla. Al massimo avrei impiegato meno a realizzare un ritratto ma il risultato sarebbe stato lo stesso. O magari no.
Domanda: Quanto della tua vita personale si riflette nelle tue opere? Potresti condividere come specifici eventi o persone hanno influenzato particolari quadri?
Risposta: Alcuni quadri della mostra sono accompagnati da una spiegazione, per me doverosa da trasmettere. Spesso parlo del rapporto con mia moglie, con la famiglia, con gli amici, con la montagna, con Venezia … con la fede.
Posso farcela del 2020
Domanda: Qual è il tuo rituale o processo che segui quando inizi un nuovo quadro? Hai abitudini particolari o condizioni che prediligi per massimizzare il tuo flusso creativo?
Risposta: Attualmente, pur essendo in pensione, continuo a lavorare 8/9 ore al giorno nel dare una mano ai miei figli nelle loro attività che mi comporta un tempo limitato da dedicare alla pittura che svolgo la sera dopo cena o nei pomeriggi di sabato e domenica. Questo vuol dire che, arrivando a casa stanco, spesso non ho la forza o lo spirito giusto per creare. La stanchezza mentale mi è di ostacolo nella creatività. Però, ad un certo punto, stanco o non stanco, scatta la molla, il prurito, e parto arrivando, certe volte che sono particolarmente carico, ad iniziare 2 o 3 quadri diversi contemporaneamente. I quadri li completo in 2 o 3 step o, in quelli impegnativi, anche in decine di passaggi. Sicuramente dalla musica ricevo una carica supplementare.
Domanda: C’è un’opera che consideri particolarmente vicina al tuo cuore o che rappresenta un capitolo importante della tua vita? Potresti raccontarci la storia dietro a quella creazione?
Risposta: Sono varie le opere vicine al mio cuore ma penso che “il volo” incarni a pieno il mio essere uomo, marito, padre e artista. L’idea è nata ispirandomi al quadro di Chagall “la passeggiata” dove l’artista tiene per mano sua moglie Bell che sta volando. Nel mio quadro le parti si invertono. Sono io che volo, preso dai miei sogni e dalla mia creatività e mia moglie, più pratica e razionale, che mi lascia volare, ma fino ad una certa altezza. Mi riporta comunque alla realtà, pur lasciandomi sognare. Sono presenti anche i figli in una fotografia sotto la firma, la nostra micia che incarna la doppia personalità (libertà e affezione) ed i fiori che rappresentano la bellezza ma, anche, la caducità della vita. Il quadro di Chagall lo avevo visto dal vero con mia moglie circa 20 anni fa in una mostra a Ferrara e mi aveva colpito ed affascinato subito. Ma era rimasto lì, nella mia mente, apparentemente fermo. Poi, un giorno, è scattata la molla, è arrivato il prurito e mi è venuta l’idea di creare qualcosa che, partendo da quel quadro, parlasse di me, con le mie capacità e la mia visione artistica. Ispirandomi sì, ma con la mia testa.
Il volo
Domanda: Come ritieni che le esperienze della tua vita abbiano influenzato il tuo sviluppo come artista? Ci sono stati eventi o momenti che consideri di svolta nella tua espressione artistica?
Risposta: Sicuramente l’esperienza di marito, padre, l’esperienza degli amici, hanno influenzato la mia crescita artistica. Soprattutto negli ultimi anni. C’è stato un momento particolarmente difficile della mia vita che mi ha fatto scoprire come i valori in cui credo siano stati una svolta importante sia umanamente che artisticamente. E questo è venuto fuori spontaneamente in diversi quadri.
Prima di concludere, voglio esprimere la mia profonda gratitudine nei confronti degli amici Claudio Mattiolo e Roberto Guala, pilastri fondamentali senza i quali non mi sarei mai avventurato in questa straordinaria impresa. Un ringraziamento speciale va anche a Giuseppe Frangi, il cui ruolo di curatore della mostra è stato cruciale nel conferire forma e significato alle opere esposte.
Domenica 21 gennaio ho visitato insieme a mia moglie uno dei Borghi più belli d’Italia: Soncino in provincia di Cremona. Soncino è una perla storica e culturale che sembra sospesa nel tempo. Questo borgo medievale, circondato da campagne lussureggianti, è famoso per le sue mura imponenti e il castello roccaforte, testimoni silenziosi di epoche passate. Passeggiando per le sue strade acciottolate, si è avvolti da un’atmosfera unica, dove ogni pietra racconta storie di nobili e cavalieri. Con i suoi musei, le botteghe degli artigiani e i ristoranti che offrono squisite specialità locali, Soncino rappresenta un incontro armonioso tra storia, cultura e gastronomia. Ma oggi vi voglio parlare di una persona speciale che ho conosciuto a Soncino e che si chiama Enzo Corbani, ideatore, fondatore e gestore del Museo della Seta di Soncino che si trova all’interno della Filanda Meroni vicino alla Rocca sforzesca. È un museo particolare perché oltre al tradizionale materiale sul baco da seta e sulla sua lavorazione, raccoglie oggetti, quasi sconosciuti ai più, delle ditte che producevano le uova delle farfalle da cui nascono i bachi da seta, uova che poi venivano spedite in tutta Italia e anche all’estero, i seme-bachi.
Lorenzo Roberto Quaglia: 31 gennaio ore 21,00 sono collegato con il signor Enzo Corbani per parlare del Museo della Seta e della sua bella attività che è nata nel 1997, quando ha iniziato la raccolta. La prima domanda signor Corbani che mi viene da fare è questa: qual è stata l’ispirazione per creare il Museo della Seta? L’ ha spinta qualcosa o qualcuno, in buona sostanza come è nata questa avventura?
Enzo Corbani: No, è molto semplice, sono 35 anni che frequento i mercati d’antiquariato. Ho iniziato raccogliendo materiale su Soncino, quando non trovavo niente su Soncino, libri, cartoline, documenti o stampe, mi capitava di comprare il classico libro sul baco da seta. Questi libri più o meno si assomigliano tutti e poco alla volta, guardando le immagini di questi libri mi sono lasciato incuriosire dagli oggetti delle fotografie. E mi sono detto: magari posso trovare questo pezzo o questo oggetto. E così ho incominciato. La prima cosa che ho trovato è stata l’incubatrice dei bachi da seta. Invece il primo oggetto che riguarda la sala dedicata alle ditte bacologiche è stato un cartoncino pubblicitario. Dal primo cartoncino ho capito che c’erano altre ditte che pubblicavano manifesti o cartoncini di pubblicità e visto che a me le pubblicità sono sempre piaciute ho cominciato a cercare prima come baco da seta e poi mi sono spostato sulle ditte bacologiche.
L.R.Q: Quello che volevo capire, che mi interessava, era l’ispirazione per questa raccolta da che cosa l’ha avuta, cioè da bambino era appassionato al baco da seta?
E.C.: Il baco da seta mi è sempre stato simpatico come animale, la storia non la conoscevo bene all’inizio, dopo ho cominciato a collezionare come facevo con il materiale su Soncino, con un certo criterio: quindi prima sul baco da seta e poi sul bacologico.
L.R.Q.: Quindi è una passione derivata dal fatto che lei comunque è nato in quella zona e conosceva la storia della seta?
E.C.: Un pochettino ma non c’è una ragione particolare, io sono un collezionista: si comincia a collezionare una cosa, poi quando cerco, cerco. Ho iniziato a collezionare materiale su Soncino e poi mi sono spostato sul baco da seta. Tutti i commercianti o tutte le persone che conoscevo mi avvisavano che c’era materiale sul baco. Quindi per un collezionista è importante avere una rete di conoscenze e di amici che ti avvisano quando in quel tal mercato compare qualcosa che ti potrebbe interessare. Poi è arrivato Internet e la rete è diventata ancora più capillare e importante. Poi è arrivato WhatsApp: se un amico mi invia un’immagine di un oggetto io so subito se mi interessa oppure no. Quando ho incominciato a raccogliere materiale sul baco non è stato semplice mettere su una rete di persone che non conoscono l’argomento e fargli cercare una cosa praticamente sconosciuta e parlo di bacologico o seme-bachi. Su un mercato di 200 espositori, far porre l’attenzione e l’occhio sulla scatolina dove c’è scritto seme-bachi non è semplice. Io ormai sono allenato e quindi mi è più facile, per altri, trovare qualcosa per me non è così facile. Devo ringraziare ogni volta che li vedo queste persone perché devono buttare l’occhio sulla scritta, altrimenti se non c’è la scritta loro non la vedrebbero.
L.R.Q.: Quindi lei ha iniziato come collezionista di cartoline di Soncino e poi si è focalizzato sulla storia del seme-baco e sul bacologico?
E.C.: Prima sono partito con il baco da seta e poi mi sono spostato sul bacologico anche per il discorso delle pubblicità, dei manifesti pubblicitari che mi piacevano particolarmente. Ho cominciato a trovare qualche manifesto e mi sono chiesto, chissà quante erano le ditte che lavoravano in questo settore e ho iniziato a fare ricerche. Per mia fortuna in quel periodo è arrivato Internet che mi ha aiutato molto in questo lavoro.
L.R.Q.: Il pezzo più lontano da noi geograficamente da dove viene?
E.C.: L’ho trovato in America a Boston ed è un manifesto bacologico di Ascoli che era finito in un negozio di manifesti d’epoca. Un negozio come tanti, come di quelli che ci sono anche qui in Italia. L’ho trovato grazie ad una foto in Internet. Io quando faccio le ricerche in rete, cerco l’immagine su Google, non metto la descrizione nella stringa di ricerca, ma vado nella ricerca per immagini. Quando trovo qualche immagine che mi interessa faccio un ingrandimento e approfondisco la cosa. Nel caso di quel manifesto, ho contattato il negozio di Boston che lo aveva messo in vendita, gli ho scritto una mail, ci siamo messi d’accordo sul prezzo e l’ho acquistato.
L.R.Q.: Con quale criterio seleziona gli oggetti che cerca?
E.C.: Tutto, io come sempre guardo le immagini e decido se è inerente a quello che interessa a me o se devo scartarlo. Un grosso limite è anche il prezzo. Il museo è gratuito quindi più di tanto non posso spendere certe cifre, a meno che se passano dei mesi senza che trovo nulla di interessante, allora si accumula qualcosa e si può fare, se capita, anche un acquisto più importante. Come sotto Natale, mi sono capitati due termometri pubblicitari, pagati una cifra importante. Lei capisce che, per un Museo che non fa pagare l’ingresso, sostenere l’acquisto di nuovi oggetti da esporre è impegnativo e tenga conto che ci sono più di 2.500 pezzi nel Museo.
L.R.Q.: Mi sembra di capire che questa raccolta l’ha finanziata tutta lei, con i suoi fondi?
E.C.: Esatto, ci sono solo le offerte dei visitatori. Il comune mi fornisce lo spazio in comodato d’uso gratuito, la luce, il riscaldamento e Internet, ma tutto quello che ha visto all’interno, tavoli vetrine, mobilio è stato portato da me. Io sono solo e faccio anche le spiegazioni ai clienti…
L.R.Q.: Io l’ho visitato e invito tutti coloro che leggeranno l’intervista a farlo perché ancora di più si apprezza il suo lavoro dopo quello che mi sta raccontando…
E.C.: È difficile, quando c’è gente come quando siete venuti voi, bisognerebbe avere a disposizione dieci minuti, un quarto d’ora, per spiegare per benino tutto quello che avete davanti, ma purtroppo essendo solo non riesco a seguire tutto. Quando percepisco che alcune persone sono più interessate di altre a quello che stanno vedendo allora mi avvicino e instauro un dialogo più personale, come ho fatto con voi.
L.R.Q.: Qual è l’oggetto più antico che è presente nel museo?
E.C.: Ci sono due scatoline per la confezione del seme-bachi, quelle rotonde nella vetrinetta, sono del 1897. La storia è stata questa: una signora ha messo un annuncio su un sito online di vendite. Erano scatole che non mi interessavano. La contatto e le spiego il tipo di materiale che sto cercando. Dopo qualche tempo, mi scrive offrendomi le due scatoline e le acquisto.
L.R.Q.: Durante la settimana si muove, va in cerca di materiale per mercati e mercatini?
E.C.: No, durante la settimana non ci sono i mercati. Le fiere iniziano il venerdì. Recentemente ho visitato una fiera e ho portato a casa un certificato azionario di un bacologico che inseguivo da dieci anni.
L.R.Q.: Mi racconti questa storia…
E.C.: Appena prima di Natale ho aperto il Museo e arriva una signora che mi porta un plico. In quel momento nel Museo combinazione non c’era nessuno allora lo apro e dentro c’è un catalogo di una ditta che conosco che vende certificati azionari. Sfoglio il catalogo e all’interno c’è un post.it giallo su una foto di Tonello Trevisoche è l’azione che cercavo da tempo. Quel giorno era sabato. Chiamo il numero fisso e non risponde nessuno. Mi viene in mente che c’è la Fiera a Verona. Allora penso: chi ci può essere che conosco tra tutti i miei contatti che potrebbe acquistarlo per me a Verona? Mi è venuto in mente un commerciante che era ancora lì, lo contatto e alla fine riesco a recuperare l’azione tramite lui che gentilmente è andato allo stand del titolare del catalogo che non aveva ancora venduto l’azione. Ecco perché la rete che dicevo prima fa tanto ed è fondamentale.
L.R.Q.: Quale è stata la sfida più grande che ha dovuto affrontare per creare il museo?
E.C.: All’inizio per aprirlo. Perché ho dovuto fare tutto da solo. Sono io che accolgo i clienti, sono io che tengo i contatti con le scuole, perché ci sono tantissime classi che mi vengono a trovare, sono io che devo pulire tutto a 360°, fare la piccola manutenzione e via dicendo… Non è stato facile costruirlo e partire con il Museo… Sono partito con la prima sala, e quando ho aperto la seconda sala ed ho organizzato meglio la raccolta del materiale, sono stato chiuso due mesi perché ho fatto tutto da solo, tranne un amico che mi ha aiutato a spostare la “scalera” che è enorme.
L.R.Q.: Una domanda che mi viene ascoltandola, perché si capisce che lei è una persona che vive una passione, da dove ha origine la passione per questo museo? È un’opera meritevole nei confronti della cittadinanza, delle persone che vengono a visitarlo, perché è come entrare in un tempo che non esiste più e che lei con tenacia e forza di volontà ha ricreato e che permette, penso soprattutto ai giovani, di conoscere un mondo ormai passato.
E.C.: Perché mi piace. Per me è una seconda casa. Rimango sempre stupito di quello che ho creato. Non avevo mai fatto niente di simile. Anni prima mi era capitato di vedere in TV un documentario di una persona che aveva creato un museo. E mi era molto piaciuto e avevo pensato: magari riuscire a fare un museo! E poi l’ho fatto davvero. Ma non avevo in mente di fare un Museo della Seta, mi sono trovato a farlo date le circostanze. Tutti gli oggetti che sono nel Museo prima li avevo in casa, in soffitta, ma ad un certo punto non ci stavano più. A quel punto è intervenuto il comune che stava sistemando la Filanda Meroni e alla fine ho combinato con l’amministrazione. Ho proposto il materiale e sono riuscito a convincerli a darmi prima una sala e poi anche la seconda.
Nella prima sala si parla solo di seme-bachi e nella seconda di bachicoltura. La prima sala è quella a cui tengo di più, e quella che stupisce sempre i visitatori, perchè parla di un argomento pressoché sconosciuto. Dalle nostre parti non c’erano ditte che si occupavano di seme-bachi, la maggior parte erano in provincia di Ascoli. Ancora oggi ad Ascoli sono rimasti in pochi a conoscere questa attività d’impresa.
L.R.Q.: Oltre al suo museo ci sono altre realtà simili in Italia che lei conosce?
E.C.: A Colli del Tronto c’è un piccolo museo della bacologia gestito dalla Pro Loco. Poi ci sono due musei a Vittorio Veneto: il Museo del Baco da Seta e il Museo dell’Industria Bacologica che è un museo privato ideato e realizzato da Ettore Marson. Infine, a Padova c’è il Museo degli insetti che è l’ex Bacologico di Padova. Se non sbaglio credo che loro distribuiscano ancora le uova per chi volesse fare un piccolo allevamento di bachi da seta.
L.R.Q.: C’è un aneddoto particolare, qualcosa di curioso legato al museo?
E.C.: Quando non avevo ancora aperto il Museo, durante una festa di piazza, mi si avvicina un signore che curiosa tra gli oggetti della mia bancarella e prende un mio biglietto da visita. Dopo un paio di mesi mi contatta, si presenta, sono Claudio Zanier (maggiori informazioni sul personaggio a questo link) e mi dice che è un appassionato di bachi da seta e vorrebbe vedere la mia collezione. È venuto, ha visitato la mia collezione che avevo in soffitta a casa, e da allora siamo rimasti in contatto. Poi ho scoperto che era un professore all’Università di Pisa, che aveva scritto decine di pubblicazioni sulla storia della seta e che era stato per dieci anni Coordinatore europeo per la seta. Ha scritto libri sul Giappone e sui semai giapponesi. Ha scritto libri su San Giobbe che è il Santo protettore ufficiale dei bachi da seta. Ovunque andava a tenere conferenze, mi scriveva e mi invitava ad andare a sentirlo.
L.R.Q.: Quante persone visitano all’anno il Museo?
E.C.: Intorno alle novemila persone, tenendo conto che non è aperto tutti i giorni, ma la seconda e terza domenica del mese e durante l’anno su prenotazione per le scuole. Nei giorni scorsi mi ha contattato un’insegnante di una scuola di moda di Bergamo che a marzo vorrebbe portare una terza a visitare il museo e dopo continueranno il giro al Museo del Bijou di Casalmaggiore. Le ho spiegato che nel mio Museo non ci sono tessuti di seta in esposizione, ma la professoressa ha detto che va benissimo, così i ragazzi capisco da dove proviene il materiale che poi si utilizza per produrre un capo. Io specifico sempre cosa si può trovare nel mio Museo.
Poi a Pescarolo in provincia di Cremona c’è il Museo del Lino. Quindici anni fa ero stato a visitarlo perché anche loro hanno degli attrezzi che si usano per la bachicoltura e poi perché volevo vedere come era organizzato il museo… Quando c’è stato da scegliere il nome da dare al Museo volevo chiamarlo Museo Bacologico, ma poi ho capito che con un nome così non sarebbe venuto nessuno a vederlo, perché la parola bacologico è sconosciuta e allora l’ho chiamato Museo della Seta.
L.R.Q.: A Soncino quante filande esistevano?
E.C.: Nel periodo di massima espansione vi erano 5 filande che lavoravano contemporaneamente e che occupavano circa 500 donne su una popolazione di ottomila anime. Il seme-bachi utilizzato qui proveniva da Vittorio Veneto.
L.R.Q.: Tra mille anni quando non ci saremo più, che futuro avrà questo museo?
E.C.: Io ho donato tutta la collezione al Comune che poi deciderà cosa farne. Mi auguro che lo tengano vivo e che continui la possibilità di visitarlo e di conoscere la storia della bachicoltura e del seme-bachi. Purtroppo, io ho provato, ho cercato di coinvolgere altre persone, ma si fa fatica. Se manca la passione non si trovano volontari che la domenica vengono qui gratis ad aprire il Museo. Io speravo di trovare qualche giovane appassionato che si prendesse cura di questo Museo e lo portasse avanti nel tempo, ma non c’è nessuno interessato. L’unico che in questi anni mi ha dato una mano importante è stato Arnaldo Ponzoni che ringrazio sinceramente.
Termino il mio dialogo con Enzo Corbani, lasciandogli un augurio: che possa ancora per molti anni arricchire la sua collezione per quel Museo che, anche così com’è, trasuda storia da ogni angolo. Spero che si possa trovare qualcuno che, mosso dalla passione per il patrimonio museale, sia pronto a camminare al fianco di Corbani. Che possa imparare da lui, per poi, un giorno, prendere le redini di questo scrigno di memorie, questo piccolo museo che palpita di potenzialità ancora silenti, in attesa di essere svelate.
Oggi incontriamo Claudia Spagnoli, diplomata in violoncello a Verona nel 1999, due anni di perfezionamento all’Accademia orchestrale del Teatro alla Scala di Milano, musicista e attualmente docente di scuola primaria. Nata a Chioggia, da qualche anno, dopo aver girato diverse parti d’Italia, vive in provincia di Parma con la famiglia.
Claudia, come hai scoperto la tua passione per il violoncello?
In realtà non è stato amore a prima vista, ma una passione nata e cresciuta con il tempo e lo studio. Devo ringraziare i miei genitori che, pur non essendo musicisti, hanno deciso di avviarmi allo studio di uno strumento musicale. E sono stata fortunata perché il destino ha voluto che mi avvicinassi ad uno degli strumenti più belli, il violoncello.
Quali sono le principali sfide nell’insegnare ai bambini della scuola primaria e come le superi? Come hai deciso di integrare la passione per il violoncello nella tua professione di insegnante?
La sfida principale per un insegnante ai giorni nostri è, a mio avviso, riuscire a trasmettere la passione per il bello. In un mondo in cui ormai tutto è velocizzato si tende ad avere la necessità di sentirsi appagati e accontentati subito, perdendo a volte il senso delle cose. Dovremmo riuscire invece a fermarci ed emozionarci, davanti ad un bel quadro, un brano musicale, un libro o perché no, anche ad un’operazione matematica o un esperimento scientifico.
In questo lo studio della musica credo mi abbia aiutato molto, sia come predisposizione personale all’ascolto e quindi alla comprensione dei piccoli bambini che ho davanti ogni giorno, sia per la sensibilità e l’attenzione verso il mondo, che spero di riuscire a trasmettere anche a loro.
Come pensi che lo studio del violoncello influenzi lo sviluppo emotivo e cognitivo dei bambini? Quali consigli daresti ai genitori per supportare l’interesse e l’apprendimento musicale dei loro figli a casa?
Ritengo che lo studio della musica, a tutti i livelli, aiuti enormemente lo sviluppo globale di un bambino. I benefici dello studio della musica sono molteplici: coordinazione, senso del ritmo, concentrazione, disciplina, pazienza. A livello emotivo invece può aiutare a far esprimere e direi a volte anche a comprendere le proprie emozioni attraverso l’ascolto o la produzione di un brano musicale. Il consiglio che mi sento di dare è quello di far avvicinare i propri figli alla musica coinvolgendoli prima di tutto nell’ascolto e nella partecipazione a concerti o progetti dedicati ai più piccoli. Ormai in ogni città esistono eventi dedicati ai bambini, proprio per dar modo a loro di conoscere questo mondo meraviglioso. E se anche questo non fosse possibile, l’aiuto degli strumenti digitali ormai ci permette di conoscere e visionare anche in modo virtuale rappresentazioni e concerti.
Hai un metodo particolare per avvicinare i bambini alla musica classica, spesso considerata meno accessibile? Come integri la musica nell’insegnamento delle altre discipline?
I bambini sono spettacolari perché sono ancora capaci di stupirsi, anche in modo per noi inaspettato. Vi racconto un episodio: per Natale stiamo preparando un piccolo spettacolo ispirato alla fiaba dello Schiaccianoci. Ho pensato ad uno spettacolo che potesse integrare varie discipline tra cui, naturalmente, la musica. Quindi presenteremo dei brani natalizi ma anche alcuni brani tratti dal famoso balletto ‘Lo Schiaccianoci’ di Tchaikovskj, utilizzando lo strumentario Orff, il canto e la body-percussion (utilizzo del proprio corpo per accompagnare ritmicamente la musica).
Per far sentire loro la musica del balletto, ho proiettato sulla nostra lavagna digitale un video tratto da uno spettacolo in teatro, con ballerini e ballerine. I bambini sono rimasti così incantati da queste immagini che mi hanno chiesto di poter vedere il video più a lungo rispetto al pezzetto che avevo previsto. Sono rimasta piacevolmente stupita da questo entusiasmo e mi sono resa conto ancora una volta che la base di qualsiasi esperienza parte dall’educazione. Non si può amare o apprezzare qualcosa che non si conosce. Per questo cerco di inserire la musica in qualsiasi disciplina io insegni, un esempio tra tanti: se in storia affrontiamo la scansione delle stagioni nel corso dell’anno, quale occasione migliore per presentarle, se non le ‘Quattro stagioni’ di Vivaldi? E poi magari chiedo loro di disegnare ciò che hanno ‘visto’ chiudendo gli occhi e concentrandosi solo sulla musica.
Qual è stato il momento più gratificante nell’insegnare musica ai bambini?
I momenti gratificanti sono tanti. Senza dubbio quelli simili a quello che raccontavo poco fa, quando riesco a farli appassionare e a coinvolgerli durante le attività in classe. Poi naturalmente i momenti di restituzione del lavoro svolto, durante semplici spettacoli e concerti. Qualche anno fa, prima del Covid, avevo iniziato un bellissimo progetto per suonare il flauto già a partire dalla classe seconda, i due brani che abbiamo realizzato alla fine dell’anno sono stati un successone, apprezzati sia dai bimbi che dal pubblico. Devo dire che è stata una grande soddisfazione per me. Purtroppo, non mi è stato possibile continuare gli anni successivi perché, a causa delle restrizioni, non è stato più possibile utilizzare strumenti a fiato. Ho sempre proposto però in alternativa, in collaborazione con le mie colleghe, spettacoli che avessero un forte impatto musicale. Alla fine dell’anno scolastico scorso, ad esempio, abbiamo messo in scena ‘Il Carnevale degli animali’ di Saint-Saens.
Parlaci di qualche iniziativa che hai realizzato e di cui sei particolarmente fiera e di quali progetti musicali hai in programma in futuro con i tuoi allievi.
A novembre ho avuto la possibilità di accompagnare la lettura animata di una storia con il mio violoncello e con mio figlio Gabriele al clarinetto. Ad ascoltarci un gruppo abbastanza nutrito di bambini che alla fine della lettura e degli applausi sono rimasti immobili e silenziosissimi in attesa perché volevano il bis! È stato molto bello e gratificante.
Inoltre, l’anno scorso ho insegnato musica ad un gruppo di ragazzini delle classi quarte e quinte della mia scuola, un progetto extrascolastico finanziato dalla regione. È stato un percorso faticoso ma che ci ha regalato grandi soddisfazioni. Abbiamo lavorato tanto sul canto, l’intonazione, la capacità di ascolto e di condivisione con canti a canone e ritmici. Abbiamo suonato insieme e pensato e costruito insieme uno spettacolo che abbiamo realizzato alla fine del corso. È stato un lavoro che spaziava dalla musica classica al pop moderno, cantando o accompagnando i brani scelti con gli strumentini, il corpo tramite la body-percussion o i bicchieri (la cosiddetta Cup Song). La cosa di cui vado più fiera? Essere riuscita alla fine a sentire cantare intonati dei ragazzini che all’inizio cantavano senza riuscire a modulare la voce utilizzando le varie note…per me un bellissimo traguardo!
Molto presto partirà anche il secondo corso, con ragazzi nuovi e qualche ragazzo ‘vecchio’, che entusiasta del corso già frequentato vuole ritornare.
Durante l’anno scolastico poi terrò, insieme ad alcune colleghe musiciste, delle lezioni concerto per i bambini di diverse classi. Ritengo sia una bella occasione per loro, soprattutto per quelli che normalmente non ne hanno la possibilità, poter sentire e vedere da vicino e dal vivo alcuni strumenti musicali.
Fortunatamente l’Istituto scolastico in cui lavoro è molto attento alle iniziative artistiche, pochi giorni fa ad esempio ho avuto la fortuna di dirigere, per alcuni canti natalizi, il coro di tutta la scuola primaria formato da più di 600 bambini in occasione dell’Accensione dell’albero di Natale del nostro paese. Una bellissima tradizione che si ripete ormai da 26 anni.
Per ulteriori progetti chissà… l’arte è creatività, e spesso nascono idee e iniziative in maniera estemporanea che cerchiamo sempre di realizzare. Io sono sempre aperta a nuove esperienze, anche grazie alla collaborazione di amici musicisti e colleghi.
Claudia, è stato un vero piacere scoprire il tuo mondo, la tua passione per la musica e il modo in cui la trasmetti ai bambini. La tua esperienza e il tuo entusiasmo sono fonte di ispirazione per molti. Grazie per aver condiviso con noi i tuoi progetti, le tue esperienze e la tua visione dell’educazione musicale. Siamo certi che continuerai a ispirare e a educare le giovani menti con la tua musica e il tuo insegnamento. Ti auguriamo il meglio per i tuoi progetti futuri e speriamo di sentire presto delle tue nuove iniziative. Grazie ancora, Claudia, e un caloroso in bocca al lupo per tutto ciò che farai in futuro!